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	<title>Mondo Privato</title>
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	<description>Mondo privato</description>
	<pubDate>Thu, 02 Jul 2009 11:13:01 +0000</pubDate>
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		<title>Il principio della &#8220;non interferenza&#8221; rinasce (purtroppo) dalle sue ceneri</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Jul 2009 11:13:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[di Dassù Marta
Può darsi che la crisi post-elettorale iraniana sia chiusa. Per ora: con le vittime della piazza e con un compromesso parziale ai vertici della Repubblica islamica. Resta che si è trattato di un colpo assai duro alla legittimità del potere teocratico. E resta che la risposta internazionale è apparsa particolarmente prudente, nonostante le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Dassù Marta</em></p>
<p>Può darsi che la crisi post-elettorale iraniana sia chiusa. Per ora: con le vittime della piazza e con un compromesso parziale ai vertici della Repubblica islamica. Resta che si è trattato di un colpo assai duro alla legittimità del potere teocratico. E resta che la risposta internazionale è apparsa particolarmente prudente, nonostante le tante parole di deplorazione e le tensioni con Londra.<br />
In nome dell’interesse a negoziare sulla questione nucleare con chiunque governi a Teheran, è infatti tornato in auge il vecchio principio della “non interferenza” negli affari interni degli altri paesi. Un principio cardine delle relazioni fra Stati dalla pace di Westfalia in poi; ma che, da vari anni a questa parte, i paesi occidentali avevano puntato a  ridimensionare. Contrapponendo alla rigidità del principio di Westfalia - la sovranità assoluta degli Stati nella propria giurisdizione interna – la flessibilità del concetto di sovranità relativa.  Relativa perché dipendente dal suo esercizio responsabile: non solo all’esterno, nei rapporti fra Stati, ma anche all’interno, nel rispetto dei diritti del proprio popolo. Al di là di tutti gli errori commessi, dei doppi standards, delle infinite eccezioni  - fra cui l’eccezione dell’America per sé stessa, nel dopo 11 settembre - il dibattito internazionale era andato grosso modo in questa direzione, dall’intervento in Kosovo in poi. La risposta alla crisi iraniana ci riporta all’indietro, al punto da cui eravamo partiti.</p>
<p>Naturalmente, la scelta di Barack Obama di sottolineare la “non interferenza” americana nelle vicende iraniane ha alle spalle ragioni specifiche: dal peso degli errori compiuti in passato (l’appoggio negli anni ’50 al colpo di Stato contro Mossadeq) al tentativo, oggi, di non offrire pretesti esterni alla repressione del regime iraniano. Di non farsi insomma strumentalizzare: cosa che è accaduta comunque, ma che la Casa Bianca ha giustamente tentato di evitare.</p>
<p>Il problema è che questo calcolo specifico sull’Iran, specifico non resterà: è invece destinato ad assumere un significato più generale. Commentando il comunicato finale del G-8 di Trieste, Serghei Lavrov, Ministro degli esteri russo, ha sottolineato – non a caso - che i Grandi hanno osservato il principio della non interferenza negli affari interni, rispettando la sovranità dell’Iran. Da Mosca, la risposta alla crisi iraniana è vissuta in effetti come una vittoria politica e concettuale: per anni, sulla base della dottrina della “democrazia sovrana”, Putin ha difeso esattamente questo punto, ossia il diritto a una sovranità piena, westfaliana. Nell’interesse della Russia, anzitutto; ma in genere nelle relazioni internazionali, con argomenti molto simili a quelli della Cina, altro regime strenuamente aggrappato al principio della “non interferenza”.</p>
<p>L’atteggiamento misurato della Casa Bianca, di fronte alla crisi iraniana, sembra in parte una scelta by default: in qualche modo dettata dalla convinzione di Barack Obama che l’eredità di George W. Bush, combinata alla crisi economica, leghi comunque le mani all’America. E sembra in parte una scelta per convinzione: il tentativo di accordi con i sistemi rivali - là dove interessa e conviene -  offrendo il dialogo. Ma è noto che, nel mondo reale, sono i fatti a travolgere le intenzioni.</p>
<p>Al di là delle migliori intenzioni, la risposta alla crisi iraniana rafforza una concezione assoluta della sovranità nazionale, che avremmo invece interesse a superare. Con due conseguenze negative. La prima, evidente, è di far sentire  i regimi autoritari ancora più liberi di agire all’interno, con tanti saluti ai diritti umani; la seconda, meno evidente ma altrettanto importante, è di riproporre  una visione della politica estera come sfera a se stante, separata dalle politiche interne. In realtà, per essere efficaci, tutta una serie di accordi internazionali dipendono dall’accettazione e dalla verifica di vincoli, limiti, impegni interni. Questo vale per la sfera economica –dove la crisi globale rischia di moltiplicare i riflessi sovranisti. E vale per la sicurezza, a cominciare dagli accordi in materia nucleare: pensare che si possa prima riconoscere la sovranità assoluta dell’Iran e poi ottenere garanzie credibili sulla questione nucleare, assomiglia a una grande illusione.</p>
<p>(Fonte: CORRIERE DELLA SERA del 1 luglio 2009)</p>
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		<title>Bologna - 18 giugno 2009</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Jun 2009 15:09:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Presentazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[
Librerie.coop Ambasciatori
Via Orefici, 19 - Bologna
Intervengono:
Lucia Annunziata
Federica Guidi
Vittorio Emanuele Parsi
Massimo Ponzellini
L’accesso sarà consentito solo alle persone munite di invito.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mondoprivato.com/wp-content/uploads/2009/06/martabologna.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-323" title="martabologna" src="http://www.mondoprivato.com/wp-content/uploads/2009/06/martabologna.jpg" alt="martabologna" width="168" height="242" /></a></p>
<p>Librerie.coop Ambasciatori</p>
<p>Via Orefici, 19 - Bologna</p>
<p>Intervengono:</p>
<p>Lucia Annunziata</p>
<p>Federica Guidi</p>
<p>Vittorio Emanuele Parsi</p>
<p>Massimo Ponzellini</p>
<p><strong>L’accesso sarà consentito solo alle persone munite di invito</strong>.</p>
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		<title>Aspettando Gheddafi</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Jun 2009 08:10:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[di Marta Dassù
Aspettando Gheddafi, una persona qualsiasi comincia a pensare qualcosa, guardando il muro di fronte con aria svagata: così come capita, per non avere una crisi di nervi, aspettando per ore un decollo da Fiumicino. Il pensiero svagato è che le cose non cambiano mai: infliggere ritardi mostruosi è sempre stata una forma del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Marta Dassù</em></p>
<p>Aspettando Gheddafi, una persona qualsiasi comincia a pensare qualcosa, guardando il muro di fronte con aria svagata: così come capita, per non avere una crisi di nervi, aspettando per ore un decollo da Fiumicino. Il pensiero svagato è che le cose non cambiano mai: infliggere ritardi mostruosi è sempre stata una forma del potere arbitrario. Per cui è del tutto normale, per il Colonnello che è venuto a darci lezioni di democrazia, presentarsi a un’ora qualsiasi. Come il volo per Londra.<br />
Dopo infinite e confuse discussioni sul declino delle democrazie liberali e l’ascesa delle democrazie autoritarie, arrivo alla conclusione che una differenza importante rimane, tra le due. Aspettando Gheddafi, mi diventa chiarissima: il rispetto dell’orario ufficiale.<br />
Poniamo che una persona vada alla Casa Bianca. Lì, l’ora dell’appuntamento è matematica, fissata al minuto. L’incontro è previsto, signor Primo Ministro, dalle 16.15 alle 17.10 di lunedì prossimo. Non un minuto di più né di meno. E la prima mezz’ora seduti di fronte, così da capire senza sguardi obliqui cosa sta succedendo a un’Europa che – da Parigi a Berlino – critica volentieri il modello anglo-sassone, mentre glissa ancora più volentieri su quelli di Putin e di Gheddafi.<br />
Se invece una persona va a Tripoli, sa già che dovrà aspettare per ore, magari per un paio di giorni. Poi arriva finalmente una telefonata, verso l’una di notte: venga subito qui. Qui nella tenda in mezzo al deserto, si intende. Non a Villa Pamphili.<br />
Aspettando Gheddafi poi succede che Gheddafi arrivi sul serio, come il volo in ritardo per Londra. E che parli con voce bassissima, le occhiaia all’ingiù, la smorfia di un Michael Jackson sbiadito e invecchiato.<br />
Ma il Colonnello non somiglia a un uomo del passato. Sembra piuttosto la maschera, un po’ surreale, di quello che il futuro ci potrà riservare. Quel futuro in cui saranno i produttori di energia a decidere l’orario.<br />
Gheddafi è già convinto di poterlo fare. Più del 75% dell’energia dell’Italia dipende dall’estero, ricorda a una platea che lo applaude, non si sa bene perché. Per cui se la Libia non fosse cooperativa, sarebbero guai per l’Italia.<br />
Aspettando che Gheddafi finisca, si compie la mia conversione finale all’energia nucleare. E nel pomeriggio applaudo anch’io: non Gheddafi, ma il tempo liberale di Fini.</p>
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		<title>La seconda era nucleare e il caso nordcoreano</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Jun 2009 11:16:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[di Marta Dassù
Siamo – alla fine di questo primo decennio del XXI secolo – a un vero e proprio “Cassandra Crossing”, a un incrocio pericoloso. Per ragioni di sicurezza, dovremmo cercare di limitare drasticamente, visti i rischi post 11 settembre, la proliferazione nucleare e di armi di distruzione di massa; per ragioni energetiche e per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Marta Dassù</em></p>
<p>Siamo – alla fine di questo primo decennio del XXI secolo – a un vero e proprio “Cassandra Crossing”, a un incrocio pericoloso. Per ragioni di sicurezza, dovremmo cercare di limitare drasticamente, visti i rischi post 11 settembre, la proliferazione nucleare e di armi di distruzione di massa; per ragioni energetiche e per ragioni ambientali, dobbiamo invece favorire un revival del nucleare. Sono due aspirazioni contraddittorie. Il confine fra nucleare militare e civile è diventato, con gli sviluppi tecnologici dell’ultimo decennio, meno ostico da varcare. E questo complica tutto: la nostra capacità di governare il lungo braccio di ferro che si è aperto con l’Iran e con la Corea del Nord; l’effettiva utilità del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP), la cui revisione avverrà nel 2010; la diffusione di energia nucleare civile, di cui pure abbiamo vitale bisogno per un equilibrio energetico che sia più “sostenibile”, ossia meno schiacciato sulla dipendenza dal petrolio e dal gas.</p>
<p>La seconda era nucleare è cominciata da tempo; conviene averne chiari i contorni. Il sistema internazionale che abbiamo ereditato dal secolo scorso si basava sull’esistenza di 5 potenze nucleari, le stesse che siedono nel Consiglio di Sicurezza con un potere di veto (e che, riforma o non riforma dell’ONU, saranno le sole a mantenere il veto anche in futuro): USA, Russia, Cina, Francia e UK. A queste potenze nucleari legali – identificate come tali, cioè, dal TNP del 1968 – si sono aggiunte nel tempo 3 potenze nucleari non dichiarate (India, Pakistan e Israele) e paesi considerati di “soglia” (Corea del Nord, Iran). D’altra parte, alcuni paesi hanno rinunciato all’opzione nucleare (Brasile, Argentina e Sud Africa), mentre Stati Uniti e Russia hanno ridotto drasticamente le proprie testate rispetto all’epoca della guerra fredda. E stanno ormai discutendo come ridurle in modo ulteriore, nell’ambito di un accordo post-Start.</p>
<p>La seconda era nucleare, quindi, è  per definizione un’epoca di espansione. Orizzontale, prima che verticale. Espansione del numero degli Stati che hanno varcato la soglia; di quelli che vorrebbero farlo; degli attori non statuali – terroristi e commercianti illegali di materiali nucleari – interessati a mettere le mani su qualcosa che assomigli a una testata atomica o a una bomba “sporca”; e, infine, della nostra confusione mentale in merito.</p>
<p>Le verità da cui partire, per provare ad affrontare il problema in modo più razionale, sono quattro. Prima verità: le armi nucleari non sono tutte uguali, dal punto di vista dei paesi occidentali. L’importante è chi le detiene. Quel che preoccupa realmente, quindi, non è la proliferazione in sé, ma piuttosto che varchino la soglia regimi avversari, pronti a violare le regole, ed eventualmente capaci di appoggiare gruppi terroristi. Israele nucleare preoccupa meno di un Iran che lo diventi, passo considerato inaccettabile da Washington e dagli europei (in modo esplicito) ma anche da Pechino e da Mosca (in modo implicito). Per definizione, la politica contro la proliferazione è fondata sulla discriminazione politica. Ciò era già vero per il Trattato del 1968, con le sue due categorie di Stati; ma lo diventa in modo più evidente e diffuso adesso.<br />
Seconda verità: quando un paese ha già varcato la soglia, diventa tardi, probabilmente troppo, per colpirlo. Questo dato di fatto crea due tipi di incentivi contraddittori: l’incentivo all’uso preventivo della forza – come parte di una politica coercitiva per impedire<br />
la proliferazione (è quanto chiede Israele di fronte al rischio iraniano); l’incentivo a passare effettivamente la soglia – come modo più certo per garantirsi un’immunità (è a questo, e a uno status di grande potenza, che aspira l’Iran) . I meccanismi di azione/reazione fra il primo istinto e il secondo, caratterizzano, con molte ambiguità, il gioco diplomatico della seconda era nucleare. Se il caso della Corea del Nord insegna qualcosa è che, dal punto di vista occidentale, costituisce davvero un pessimo precedente. Si tratta di un regime fra i più chiusi e meno prevedibili al mondo: che, dopo essersi ritirato dal TNP, e dopo avere condotto due test nucleari, si ritiene in condizioni migliori per negoziare.</p>
<p>Terza verità: la deterrenza – regola aurea della prima era nucleare – ha un valore parziale, rispetto alle minacce di oggi. Nella logica della deterrenza, le armi nucleari erano utili proprio perché non venivano usate. Questa regola continua a valere nei grandi rapporti<br />
strategici (le dinamiche fra potenze nucleari stabilizzate: USA, Russia, Cina) e si spera che valga fra due attori regionali in competizione (il rapporto India/Pakistan); ma è per definizione “inutile” di fronte ai rischi asimmetrici della seconda era nucleare. E’ quanto ha voluto in realtà dire Obama, parlando a Praga di un mondo senza armi nucleari (che non ci sarà). Rispetto al possibile intreccio fra armi nucleari e gruppi terroristi, il caso di scuola – negli scenari peggiori - è ormai una implosione del Pakistan (paese all’origine del famoso circuito illegale di Kahn, il padre della bomba atomica pakistana). Ancora prima che un Iran con la bomba.</p>
<p>Quarta verità: il TNP ha probabilmente funzionato meglio di tanti altri trattati internazionali (all’inizio degli anni Sessanta, si prevedeva che gli Stati nucleari sarebbero diventati, nell’arco di un paio di decenni, tra 15 e 25); ma ha subito nel tempo una vera e<br />
propria erosione. Il TNP è ormai a rischio: continuerà ad avere una funzione solo se verrà integrato (ispezioni intrusive, controlli internazionali, sanzioni) e rafforzato. La riduzione delle armi nucleari di USA e Federazione Russa è un modo per farlo (rispettando l’articolo VI del Trattato).  Il nodo Iran è un incentivo concreto a muoversi in questo senso. Dimostra infatti che lo scambio alla<br />
base del TNP – accesso a tecnologie nucleari pacifiche, in cambio della rinuncia alle armi atomiche – lascia troppi spazi grigi: è sempre possibile che un paese sviluppi tecnologie nucleari pacifiche all’ombra del TNP e si ritiri dal Trattato nel momento<br />
del passaggio al militare. Come è avvenuto, appunto, nel caso della Corea del Nord. Prevenire una sequenza del genere diventa allora decisivo.  Anche per evitare il rischio successivo, ossia una “proliferazione a cascata”: una corsa al nucleare in una serie di paesi, dal Medio Oriente all’Asia orientale. Sul tavolo del G-8 italiano il problema ci sarà, insieme a una serie di proposte (tese appunto a ridurre, con controlli e consorzi internazionali, quell’area grigia fra nucleare civile e militare).</p>
<p>Si tratta, prese nel loro insieme, di quattro  verità abbastanza scomode per entrambi i lati dell’Atlantico.</p>
<p>Le implicazioni che ne derivano, in termini operativi, non sono infatti semplici da gestire. Per Washington, si tratta di sfuggire a troppo facili illusioni sulle strategie di controproliferazione: per dissuadere l’Iran,  gli USA non hanno certo facili opzioni  a disposizione. Di per sé, l’apertura sulla carta di Obama è rimasta sulla carta. Si vedrà dopo le elezioni iraniane di giugno quanto un mix di dialogo, sanzioni e uso eventuale della forza come last resort possa funzionare. E se non funzionerà?</p>
<p>Per l’Europa, si tratta di accettare che qualunque sforzo negoziale, per dare i risultati sperati, deve contemplare (con una sorta di escalation controllata) anche un caso peggiore e non solo il migliore. L’Iran sarà il test di questo reciproco adattamento, e quindi delle possibilità effettive di cooperazione nell’era di Obama su uno dei temi cruciali della sicurezza globale. Sul fronte coreano, ciò che davvero conterà sarà invece il rapporto fra Stati Uniti e la Cina. Le condanne e sanzioni internazionali non serviranno mai a niente senza un appoggio più convinto da parte di Pechino, che ha fino ad oggi permesso al regime nord-coreano di avere un qualche tipo di sponda.</p>
<p>L’Europa deve infine scrollarsi di dosso un vero e proprio tabù: quello che riguarda le proprie armi nucleari, ossia i deterrenti nazionali di Francia e Gran Bretagna. Inutile nascondersi che le due principali potenze militari del vecchio continente non hanno alcuna intenzione di privarsi del loro strumento di ultimo ricorso, e neanche di europeizzarlo, almeno in tempi prevedibili. Ma è un velo da alzare: il discorso sulla difesa comune dell’UE sarà sempre carente fino a quando non si avrà il coraggio di affrontarlo.</p>
<p><em>tratto da AspeniaOnline</em></p>
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		<title>Oggi non ce la faccio a volare</title>
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		<pubDate>Wed, 27 May 2009 13:42:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[di Marta Dassù
Il funzionario del Dipartimento di Stato tirò fuori la mappa degli Stati Uniti. Pensava che non sapessi dov’era Denver. Ecco, guardi, Denver è qui, appena ad Est delle Montagne Rocciose, per essere onesto mi sorprende un po’ che lei non sappia che Denver è la capitale del Colorado. Da Roma mi avevano detto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Marta Dassù</em></p>
<p>Il funzionario del Dipartimento di Stato tirò fuori la mappa degli Stati Uniti. Pensava che non sapessi dov’era Denver. Ecco, guardi, Denver è qui, appena ad Est delle Montagne Rocciose, per essere onesto mi sorprende un po’ che lei non sappia che Denver è la capitale del Colorado. Da Roma mi avevano detto che lei è una esperta di America, ma l’America non si riduce all’East Coast, come pare pensiate voi europei.<br />
Annuii stancamente, non avevo voglia di litigare. So benissimo dov’è Denver, stavo dicendo dentro di me; anzi, ci sono stata parecchie volte. Per andare ad Aspen, e non volendo affrontare in macchina i tornanti che portano dalla pianura verso le montagne rosse del Colorado, il modo più semplice è appunto un volo da Denver. Che avevo già preso in due-tre occasioni, su dei piccoli ATR barcollanti.<br />
Il problema era un altro ma era difficile da confessare: avevo, di colpo, paura di volare. Di colpo, dopo centinaia di voli, decine di valigie smarrite, infiniti check in, non ero più in grado di prendere un aereo. Con l’aiuto di un whisky, mescolato a due compresse di Tavor, ero riuscita a imbarcarmi sul volo Roma-Washington. Ma adesso che finalmente ero lì, a Foggy Bottom, al sicuro, non avevo nessuna intenzione di muovermi ancora.<br />
Se volevano farmi capire qualcosa dell’America, potevano sottopormi delle analisi politologiche, proiettarmi dei film, darmi da leggere dei sondaggi, portarmi in giro per i loro famosi think-tanks, tutti attorno a Georgetown. Ma a spasso attraverso le nuvole io non volevo più andare, almeno fino a quando non avessi trovato la forza di volare all’indietro, con Tavor e whisky.<br />
Brutto pasticcio, quello in cui mi ero cacciata. Ero parte di un “visiting programme” di tre settimane negli Stati Uniti, organizzato dal Dipartimento di Stato per studiosi europei “mid-career”. Avevo accettato con entusiasmo. Che qualcuno pensasse che avevo una carriera, cosa che a me non era così chiara, e che per giunta ero circa a metà, di quella famosa carriera, mi faceva molto piacere. Ma avevo sottovalutato le conseguenze: avrei dovuto volare tutto il tempo, su è giù per la West Coast, la Rust Belt, gli Stati-chiave delle elezioni presidenziali, come l’Ohio, e perfino la Florida, dove solo poche settimane prima era caduto un aereo. I corpi dei passeggeri erano stati divorati dai coccodrilli, così avevano scritto i giornali,  con dettagli superflui e nefasti.<br />
No guardi, risposi con la voce un po’ spenta al funzionario americano, metta pure via la sua mappa. Io so benissimo dov’è Denver, so anche dov’è Chicago, se è per questo, o Las Vegas. Il punto è che non voglio andare in giro per l’America; anzi, per essere più precisa, non posso. Ho un attacco di fobia per il volo, mi spiace è la prima volta che mi succede e non potevo prevederlo. E quindi non ho molte alternative: o prendo il primo bastimento per l’Europa o resto qui, ma intendo qui nei dintorni. Per esempio, posso certamente andare in treno da Washington a Philadelfia; e Philadelfia è importante, per la storia degli Stati Uniti, non le pare? I Padri fondatori sarebbero soddisfatti di me: scelgo, come prima e ultima tappa, il luogo sacro della Costituzione federale degli Stati Uniti.<br />
Michael, il funzionario si chiamava così, mi guardò stupefatto. Non ci credo, disse con un sorriso tirato, è la prima volta che mi capita una cosa del genere. Se ho capito bene, lei vorrebbe prendere il treno e stare qui intorno, magari con una tappa anche a Boston o a New York. Via Amtrak, si intende. Ma insomma sempre qui, in questo quadratino sulle rotaie, senza voli più in là. D’accordo, da queste parti c’è la Casa Bianca, il Congresso, c’è (c’era) Wall Street e perfino l’Università di Harvard, ma si rende conto che il resto non c’è? E il resto conta. Fino a quando voi europei non capirete che l’America è anche il resto, non saprete mai niente degli Stati Uniti. Mai niente di vero.<br />
Senti Mike, avevo deciso di dargli del tu, aveva più o meno la mia età e un grande ciuffo biondo, non è che io non voglia andare a vedere l’America. Ci sono già stata una quantità di volte, fra l’altro. Un po’ per lavoro e un po’ per divertimento: pensi forse che a vent’anni non abbia fatto il giro canonico San Francisco- Los Angeles- San Diego? L’ho fatto, lo giuro. Il mio problema è solo oggi, poi sono certa che lo supererò. E oggi non ce la faccio a volare. Perché, mi chiedi? Perché ho una bambina piccola, piccolissima, è nata due mesi fa. E non posso cadere. Siccome non posso cadere, non me la sento di volare. Lo so che non cade per forza, l’aereo per Denver. Ma preferisco il treno per Philadelfia.</p>
<p><em>tratto dall&#8217;ultimo numero della rivista &#8220;Legendaria&#8221;</em></p>
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		<title>Storia di un taccuino privato, di Sabina Prestipino</title>
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		<pubDate>Mon, 18 May 2009 07:42:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[Nelle librerie l’ultimo libro della consigliere per le relazioni internazionali dei governi Amato e D’Alema
Di cose ne ha scritte e ne scrive tuttora parecchie, in qualità di saggista e commentatrice di politica internazionale. Ora Marta Dassù, direttrice della rivista geopolitica “Aspenia” e del programma Internazionale di Aspen Institute Italia, invece debutta come scrittrice tout court.
Consigliere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nelle librerie l’ultimo libro della consigliere per le relazioni internazionali dei governi Amato e D’Alema</p>
<p>Di cose ne ha scritte e ne scrive tuttora parecchie, in qualità di saggista e commentatrice di politica internazionale. Ora Marta Dassù, direttrice della rivista geopolitica “Aspenia” e del programma Internazionale di Aspen Institute Italia, invece debutta come scrittrice tout court.<br />
Consigliere per le relazioni internazionali di D’Alema e Amato, quando erano Presidenti del Consiglio, la Dassù è autrice per la Bollati Boringhieri di un taccuino, come lei stessa lo definisce, che inanella gli eventi internazionali con le proprie vicende personali e familiari.<br />
Scritto con tocco lieve e autoironico, il libro si intitola “Mondo privato e altre storie” e l’autrice lo definisce, “un libro senza traccia”, una sorta di diario nato sul filo di qualche notte insonne per il puro piacere di scrivere.<br />
Una sorta di diario di bordo, in cui Marta Dassù ancora fatti personali, interni di famiglia alla realtà storica degli ultimi 20 anni. Due decenni in cui la geopolitica ha vissuto mutamenti non da poco: dal crollo del muro di Berlino alla fine della guerra fredda, fino all’affermarsi nello scacchiere internazionale della Cina, la nuova potenza del XXI secolo.<br />
Insomma tra vita personale e storia contemporanea di carne al fuoco ce n’è parecchia. Il tutto è amalgamato dalla constatazione dell’autrice che i fattori psicologici, il modo in cui si leggono le intenzioni degli altri non regolano solo i rapporti interpersonali, ma anche quelli tra gli Stati. E in un ideale gioco di inversione delle parti invece la sua famiglia è paragonata all’Unione Europea, “un unione a geometria variabile”.<br />
Con fatica, ironia e determinazione, Dassù ci racconta insomma tra le righe una delle missioni (diplomatiche anche) più difficili per una donna, quella di conciliare carriera e famiglia, in un libro che si fa leggere senza mai scadere nella pedanteria.<br />
A far da corollario al libro c’è poi un graziosissimo sito (www.mondoprivato.com), in cui a parte gli ovvi orpelli di marketing e strilli sulle presentazioni del volume, la parte più interessante è quella intitolata “Taccuino continuo”, sezione in cui l’autrice raccoglie i suoi saggi e articoli sulla politica internazionale.</p>
<p>ppuralanadivetro.com ® - periodico di informazione culturale</p>
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		<title>Milano - 18 maggio 2009</title>
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		<pubDate>Thu, 14 May 2009 12:33:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[L&#8217;ISPI - nell&#8217;ambito del Programma &#8220;Libri a Palazzo Clerici&#8221; - il 18 maggio prossimo, alle ore 18.00, ospiterà una Tavola Rotonda dal titolo:
Speranze e paure: le emozioni nella geopolitica globale
L&#8217;incontro trae spunto dalla pubblicazione del volume di Marta Dassù &#8220;Mondo Privato e altre storie&#8221;.
L’accesso sarà consentito solo alle persone munite di invito.
La Segreteria Organizzativa
(02 86 [...]]]></description>
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<p><em>Speranze e paure: le emozioni nella geopolitica globale</em></p>
<p>L&#8217;incontro trae spunto dalla pubblicazione del volume di Marta Dassù &#8220;Mondo Privato e altre storie&#8221;.</p>
<p><strong>L’accesso sarà consentito solo alle persone munite di invito.</strong></p>
<p>La Segreteria Organizzativa<br />
(02 86 93 053 - ispi.eventi@ispionline.it - www.ispionline.it)</p>
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		<title>Galleria fotografica, Tennis Club Parioli - Roma</title>
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		<pubDate>Wed, 06 May 2009 10:12:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara</dc:creator>
		
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		<title>I destini del mondo nel mondo di Marta, di Marcello Sorgi</title>
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		<pubDate>Tue, 05 May 2009 13:08:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Le “storie” della Dassù, uno sguardo acuto e spietato sui protagonisti del nostro tempo.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Le “storie” della Dassù, uno sguardo acuto e spietato sui protagonisti del nostro tempo.</strong></p>
<p>Guardati con occhi normali di giornalista di politica interna, gli analisti e i consiglieri di politica estera, che capita di incontrare spesso seguendo in giro per il mondo premier e ministri, appaiono come quanto di più lontano dal panorama abituale italiano del circo mediatico-istituzionale a cui ormai siamo abituati. Innanzitutto rivendicano una certa «scientificità» del loro lavoro, a dispetto del culto nazionale della «pratica»; poi non hanno rapporti personali stretti con i leader che devono consigliare, sono avvezzi alle regole rigorose che la comunità internazionale dà per scontate e il malvezzo nostrano tende invece per natura a violare, si tratti del colore del badge che dà accesso ad aree separate dei summit globali o del semplice cartellino del posto a tavola.</p>
<p>Proprio per questo può risultare sorprendente la lettura del libro (Mondo privato e altre storie, Bollati Boringhieri, pp. 149, euro 10) di Marta Dassù, direttore del programma internazionale di Aspen Institute Italia e della rivista Aspenia e già consigliere per le relazioni internazionali di due presidenti del Consiglio del centrosinistra, Massimo D’Alema e Giuliano Amato. A cominciare dal modo acuto e dallo sguardo dotato di spietatezza tutta femminile con cui ricorda i suoi assistiti, alla vigilia di un incontro importante o di una decisione difficile.</p>
<p>D’Alema ministro degli Esteri nel giugno 2006, al suo primo incontro con un personaggio nuovo e tutto da capire come Condoleezza Rice, che concentrandosi, come chi sa di essere atteso a un appuntamento delicato, chiede a Marta: «Cosa pensi, meglio la camicia azzurra o la camicia bianca?». E ancora, D’Alema presidente del Consiglio, nel 1999, rivisto a confronto con Bill Clinton sulla guerra per il Kosovo, che prevedeva un contributo italiano: «Conosco bene Milosevic - esordisce Massimo, parlando con il presidente Usa del leader di Belgrado che aveva ordinato il genocidio -. Non penso proprio che si piegherà tanto facilmente. La signora Albright dice che basteranno due giorni di bombardamenti. Non basteranno. Cosa farete se non basteranno?». Clinton non gli risponde neppure. Si gira verso il suo consigliere per la sicurezza nazionale, Sandy Berger, che taglia corto: «Continueremo a bombardare».</p>
<p>Poi, nella galleria dei personaggi, c’è un Amato molto professorale, che discute di Europa in modo assai accademico per un premier. C’è un De Michelis cinico ma realista, che intuisce subito che la rivolta di Tienanmen non segnerà per la Cina quell’inizio di cambiamento che molti s’aspettano. C’è un Tremonti studiato senza pregiudizi nelle sue genialità e nelle pieghe delle riunioni dell’Aspen. Ma il clou è la riscoperta di Pietro Ingrao, il vecchissimo e ormai ultimo leader comunista che ha visto anche la sua generazione diventare «post» a cavallo della caduta del Muro di Berlino. Duro, inflessibile, quando Marta, giovanissima direttrice del Cespi (una sorta di ufficio studi per la politica estera di cui il Pci si era dotato, per consentirsi, con la sua abituale doppiezza, uno spiraglio di eresia in campo internazionale senza poi doverne rispondere politicamente), è chiamata nel 1990 a fare una relazione sul nuovo ordine del mondo e spiega che non sarà così male l’uscita dal bipolarismo Usa-Urss, dalla guerra fredda, dagli schemi prefissati, e che forse all’ombra di un nuovo multipolarismo anche l’America sarà meno forte e ci sarà un’accelerazione nel processo di integrazione europea.</p>
<p>Non l’avesse mai detto. Preannunciata da un bigliettino di Giorgio Napolitano, che le offre solidarietà preventiva, arriva la catilinaria del vecchio Pietro. Ve ne accorgerete, cosa sarà il mondo senza l’Urss, lo strapotere americano, l’unilateralismo, altro che il multilateralismo, la follia di una guerra, come la prima del Golfo in difesa del Kuwait invaso dall’Iraq, che l’Italia appoggerà e il Pci vorrebbe comprendere anche se alla fine rifiuterà.</p>
<p>Che sorpresa, in una studiosa della generazione di Marta, che sosteneva, già allora, le tesi filo-atlantiche e filo-interventiste che la sinistra europea via via ha fatto sue, trovare adesso, alla fine di un ventennio, parole di comprensione per il vecchio Ingrao. Non, intendiamoci, per la sua nostalgia comunista dell’epoca della guerra fredda, ma per l’intuizione politica, tutta politica, e in qualche modo presaga, del fallimento dell’unilateralismo americano e dell’epoca di George W. Bush.</p>
<p>Ma il libro mescola questi gustosi episodi rivelatori dei modi in cui si decidono destini fatali anche con saporiti quadretti familiari. Della famiglia d’origine di Marta, un’emblematica famiglia di sinistra fatta di milanesi che vivevano a Firenze, comunisti che passavano gran parte del loro tempo sui campi da golf (allora uno sport assolutamente esclusivo) e figli esonerati dall’ora di religione negli Anni Sessanta, in un paese in cui, molto più di oggi, e molto più sinceramente di oggi, tutti amavano definirsi cattolici. Ma anche di quella che poi Marta ha costruito a Roma andando a vivere con Gianluca, senza sposarlo, e diventando madre di Otti, la sua adorata figlia che forse leggerà questo come suo primo libro. «Mondo privato», appunto, che negli anni trova sempre più importanza, rispetto alle «altre storie» che pian piano, e imprevedibilmente, trascolorano.</p>
<p>(<a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cultura/200905articoli/43417girata.asp" target="_blank">LA STAMPA</a> - 5 Maggio 2009)</p>
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		<title>La geopolitica dei fatti miei, di Miriam Mafai</title>
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		<pubDate>Tue, 05 May 2009 13:02:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[“Avevo appena giocato il drive della uno al Golf dell’Ugolino, dove ho messo piede per la prima volta a otto anni. Facendo qualche calcolo è possibile che abbia passato in quei prati, che vanno su e giù tra gli ulivi delle colline del Chianti, un migliaio di giorni. Il drive era ok, abbastanza lungo in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Avevo appena giocato il drive della uno al Golf dell’Ugolino, dove ho messo piede per la prima volta a otto anni. Facendo qualche calcolo è possibile che abbia passato in quei prati, che vanno su e giù tra gli ulivi delle colline del Chianti, un migliaio di giorni. Il drive era ok, abbastanza lungo in mezzo al fairway. Stavo camminando verso la pallina quando suonò il cellulare. ‘Sono Giuliano Amato, Marta. Mi chiedevo se volessi restare ancora a Palazzo Chigi, a me farebbe piacere’ Amato era diventato presidente del Consiglio dopo le dimissioni di d’Alema, seguite alla rovinosa sconfitta nelle elezioni amministrative della primavera del 2000. Per me non aveva senso che il capo del governo legasse la sua sopravvivenza politica alle elezioni locali, avevo tentato di dirlo ai discussi strateghi del primo piano. Ma niente da fare. Tanto, pensavano, la vittoria era sicura. Lo pensavano ancora la sera dei risultati, mangiando pizze e tramezzini in un party improvvisato a Palazzo Chigi, che alla fine diventò tristemente drammatico…”</p>
<p>Marta Dassù, con questo Mondo privato ed altre storie ci regala un libro delizioso. Anzi, almeno due libri in uno, nei quali si intrecciano brandelli di memoria familiare, confessioni, analisi politiche, fantasie. Marta Dassù entra ed esce da queste pagine come da una porta girevole. Ora è la figlia di una madre affascinante “che si divertiva ad essere anticonformista”, ora è la brillante studentessa di storia e istituzioni internazionali a Firenze e Berkeley, ora è la madre di una figlia scontrosa che ama la notte e rientra a casa solo all’alba, ora la consigliera di politica estera di due presidenti del Consiglio, Massimo D’Alema e Giuliano Amato. Entra ed esce, da questa porta girevole sempre in blue jeans e maglietta bianca, con la sua grande borsa sempre semiaperta nella quale, quando le capita, nasconde anche uno yogurt per una fame improvvisa. È una giovane donna terribilmente disordinata, terribilmente ansiosa, perennemente afflitta da un oscuro senso di colpa.</p>
<p>Di questo oscuro ma doloroso, pervicace senso di colpa, comune a molte donne della sua generazione, Marta cerca la causa. E finalmente la trova. “Cosa abbiamo fatto di male?&#8230; Ma è chiaro: preferiamo lavorare. Non è solo che dobbiamo lavorare per sbarcare il lunario. O che possiamo lavorare grazie alla fortuna di avere trovato un qualche posto che ci paghi. È che preferiamo farlo. Ci alziamo la mattina, diciamo bye bye alla famiglia e poi via nel nostro mondo separato. Cosa che fa arrabbiare tutti: quelli che hanno tra i piedi queste insopportabili workaholic e quelli che restano orfani a casa”.</p>
<p>Questo Mondo privato e altre storie, ha l’andamento le incertezze e le impennate di una confessione offerta all’analista, una confessione che intreccia con disinvoltura storie pubbliche e private. Ecco allora Massimo d’Alema che, appena nominato presidente del Consiglio, nell’ottobre del 1988, la invita ad assumere il prestigioso incarico di suo consigliere per le relazioni internazionali e la riceve nello studio di Palazzo Chigi. “Senza alzare gli occhi dal monitor su cui scorrevano le agenzie di stampa, comportandosi insomma come fa sempre, D’Alema mi disse cosa voleva da me - Non ho bisogno praticamente di niente, Marta, ho soltanto bisogno che curi un po’ i miei rapporti con gli Stati Uniti. Può darsi che Bill Clinton non si fidi troppo di me, del primo premier italiano che viene dal Partito Comunista. Naturalmente è solo una prevenzione sbagliata, ma tu cerca di fare in modo che le cose vadano per il meglio -”. Le cose andranno per il meglio, se così si può dire, perché D’Alema nell’incontro del 5 marzo 1999 si conquisterà la fiducia di Bill Clinton, garantendo che l’Italia sarebbe stata dalla parte della Nato, nella guerra annunciata per il Kosovo.</p>
<p>Clinton offrì a D’Alema un’altra possibilità, quella di non partecipare direttamente ai bombardamenti, garantendo alla Nato soltanto il suo appoggio logistico. “Il premier italiano rispose che gli sembrava l’ipotesi peggiore: il nostro paese non è una portaerei, presidente. Se decidiamo, come alleanza, un intervento militare, è nostro dovere partecipare. E lo faremo”. L’Italia lo fece. I bombardamenti sulla Serbia durarono assai più di quanto la Casa Bianca avesse previsto. Durarono esattamente 78 giorni, “e furono per D’Alema giorni di una estrema sofferenza”. Oggi, il giudizio della Dassù sulla conduzione e l’esito di quella guerra è cambiato. “La guerra del Kosovo è stata l’ultima delle guerre balcaniche o la prima delle nuove guerra ai confini allargati dell’Europa? Nel 1999, al vertice che celebrava i cinquant’anni della Nato alla presenza della Russia e degli ex paesi membri del Patto di Varsavia, pensavo che la guerra fredda fosse ormai una reliquia del passato… Dieci anni dopo, di fronte alle fiammate del Caucaso, mi chiedo se i confini del confronto con Mosca non si siano semplicemente spostati più in là”.</p>
<p>Per rispondere a questa e ad altre domande (perché è fallita l’idea di una Costituzione Europea? Quanto conta e quanto conterà in futuro la nostra vecchia Europa? La potenza americana è davvero in declino?), Marta Dassù si infila ancora una volta nella porta girevole, abbandona la politologia e ricorre a un libretto che le scivola in mano da uno scaffale di casa. È uno scambio di lettere del 1932 tra Einstein e Freud, nel quale il primo, incaricato dalla Società delle Nazioni di aprire un dibattito sul tema, chiede al secondo se ci sia un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra. L’uomo, rispondeva Freud, ha due pulsioni fondamentali: quelle che tendono a conservare e unire e quelle che tendono a distruggere e uccidere. Ma non contano solo le pulsioni, contano anche le percezioni, il modo cioè in cui leggiamo le pulsioni degli altri sulla base delle quali scatta la nostra reazione. Percezioni e pulsioni sbagliate, che, aggiunge Marta, possono aiutarci a capire in politica internazionale le rispettive reazioni in una chiave diversa dal puro gioco degli interessi o dello scontro sui valori. Contano insomma anche le psicologie degli Stati, o i loro complessi, le loro infelicità, le loro memorie. In un mondo che oggi è più connesso di quanto non sia mai accaduto nel passato, ma nel quale non tutti i pezzi sembrano far parte della stessa epoca.</p>
<p>(da <a href="http://www.affarinternazionali.it/" target="_blank">AFFARINTERNAZIONALI.IT</a>)</p>
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