I destini del mondo nel mondo di Marta, di Marcello Sorgi

Le “storie” della Dassù, uno sguardo acuto e spietato sui protagonisti del nostro tempo.

Guardati con occhi normali di giornalista di politica interna, gli analisti e i consiglieri di politica estera, che capita di incontrare spesso seguendo in giro per il mondo premier e ministri, appaiono come quanto di più lontano dal panorama abituale italiano del circo mediatico-istituzionale a cui ormai siamo abituati. Innanzitutto rivendicano una certa «scientificità» del loro lavoro, a dispetto del culto nazionale della «pratica»; poi non hanno rapporti personali stretti con i leader che devono consigliare, sono avvezzi alle regole rigorose che la comunità internazionale dà per scontate e il malvezzo nostrano tende invece per natura a violare, si tratti del colore del badge che dà accesso ad aree separate dei summit globali o del semplice cartellino del posto a tavola.

Proprio per questo può risultare sorprendente la lettura del libro (Mondo privato e altre storie, Bollati Boringhieri, pp. 149, euro 10) di Marta Dassù, direttore del programma internazionale di Aspen Institute Italia e della rivista Aspenia e già consigliere per le relazioni internazionali di due presidenti del Consiglio del centrosinistra, Massimo D’Alema e Giuliano Amato. A cominciare dal modo acuto e dallo sguardo dotato di spietatezza tutta femminile con cui ricorda i suoi assistiti, alla vigilia di un incontro importante o di una decisione difficile.

D’Alema ministro degli Esteri nel giugno 2006, al suo primo incontro con un personaggio nuovo e tutto da capire come Condoleezza Rice, che concentrandosi, come chi sa di essere atteso a un appuntamento delicato, chiede a Marta: «Cosa pensi, meglio la camicia azzurra o la camicia bianca?». E ancora, D’Alema presidente del Consiglio, nel 1999, rivisto a confronto con Bill Clinton sulla guerra per il Kosovo, che prevedeva un contributo italiano: «Conosco bene Milosevic - esordisce Massimo, parlando con il presidente Usa del leader di Belgrado che aveva ordinato il genocidio -. Non penso proprio che si piegherà tanto facilmente. La signora Albright dice che basteranno due giorni di bombardamenti. Non basteranno. Cosa farete se non basteranno?». Clinton non gli risponde neppure. Si gira verso il suo consigliere per la sicurezza nazionale, Sandy Berger, che taglia corto: «Continueremo a bombardare».

Poi, nella galleria dei personaggi, c’è un Amato molto professorale, che discute di Europa in modo assai accademico per un premier. C’è un De Michelis cinico ma realista, che intuisce subito che la rivolta di Tienanmen non segnerà per la Cina quell’inizio di cambiamento che molti s’aspettano. C’è un Tremonti studiato senza pregiudizi nelle sue genialità e nelle pieghe delle riunioni dell’Aspen. Ma il clou è la riscoperta di Pietro Ingrao, il vecchissimo e ormai ultimo leader comunista che ha visto anche la sua generazione diventare «post» a cavallo della caduta del Muro di Berlino. Duro, inflessibile, quando Marta, giovanissima direttrice del Cespi (una sorta di ufficio studi per la politica estera di cui il Pci si era dotato, per consentirsi, con la sua abituale doppiezza, uno spiraglio di eresia in campo internazionale senza poi doverne rispondere politicamente), è chiamata nel 1990 a fare una relazione sul nuovo ordine del mondo e spiega che non sarà così male l’uscita dal bipolarismo Usa-Urss, dalla guerra fredda, dagli schemi prefissati, e che forse all’ombra di un nuovo multipolarismo anche l’America sarà meno forte e ci sarà un’accelerazione nel processo di integrazione europea.

Non l’avesse mai detto. Preannunciata da un bigliettino di Giorgio Napolitano, che le offre solidarietà preventiva, arriva la catilinaria del vecchio Pietro. Ve ne accorgerete, cosa sarà il mondo senza l’Urss, lo strapotere americano, l’unilateralismo, altro che il multilateralismo, la follia di una guerra, come la prima del Golfo in difesa del Kuwait invaso dall’Iraq, che l’Italia appoggerà e il Pci vorrebbe comprendere anche se alla fine rifiuterà.

Che sorpresa, in una studiosa della generazione di Marta, che sosteneva, già allora, le tesi filo-atlantiche e filo-interventiste che la sinistra europea via via ha fatto sue, trovare adesso, alla fine di un ventennio, parole di comprensione per il vecchio Ingrao. Non, intendiamoci, per la sua nostalgia comunista dell’epoca della guerra fredda, ma per l’intuizione politica, tutta politica, e in qualche modo presaga, del fallimento dell’unilateralismo americano e dell’epoca di George W. Bush.

Ma il libro mescola questi gustosi episodi rivelatori dei modi in cui si decidono destini fatali anche con saporiti quadretti familiari. Della famiglia d’origine di Marta, un’emblematica famiglia di sinistra fatta di milanesi che vivevano a Firenze, comunisti che passavano gran parte del loro tempo sui campi da golf (allora uno sport assolutamente esclusivo) e figli esonerati dall’ora di religione negli Anni Sessanta, in un paese in cui, molto più di oggi, e molto più sinceramente di oggi, tutti amavano definirsi cattolici. Ma anche di quella che poi Marta ha costruito a Roma andando a vivere con Gianluca, senza sposarlo, e diventando madre di Otti, la sua adorata figlia che forse leggerà questo come suo primo libro. «Mondo privato», appunto, che negli anni trova sempre più importanza, rispetto alle «altre storie» che pian piano, e imprevedibilmente, trascolorano.

(LA STAMPA - 5 Maggio 2009)

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