di Marta DassĂą
Il funzionario del Dipartimento di Stato tirò fuori la mappa degli Stati Uniti. Pensava che non sapessi dov’era Denver. Ecco, guardi, Denver è qui, appena ad Est delle Montagne Rocciose, per essere onesto mi sorprende un po’ che lei non sappia che Denver è la capitale del Colorado. Da Roma mi avevano detto che lei è una esperta di America, ma l’America non si riduce all’East Coast, come pare pensiate voi europei.
Annuii stancamente, non avevo voglia di litigare. So benissimo dov’è Denver, stavo dicendo dentro di me; anzi, ci sono stata parecchie volte. Per andare ad Aspen, e non volendo affrontare in macchina i tornanti che portano dalla pianura verso le montagne rosse del Colorado, il modo più semplice è appunto un volo da Denver. Che avevo già preso in due-tre occasioni, su dei piccoli ATR barcollanti.
Il problema era un altro ma era difficile da confessare: avevo, di colpo, paura di volare. Di colpo, dopo centinaia di voli, decine di valigie smarrite, infiniti check in, non ero più in grado di prendere un aereo. Con l’aiuto di un whisky, mescolato a due compresse di Tavor, ero riuscita a imbarcarmi sul volo Roma-Washington. Ma adesso che finalmente ero lì, a Foggy Bottom, al sicuro, non avevo nessuna intenzione di muovermi ancora.
Se volevano farmi capire qualcosa dell’America, potevano sottopormi delle analisi politologiche, proiettarmi dei film, darmi da leggere dei sondaggi, portarmi in giro per i loro famosi think-tanks, tutti attorno a Georgetown. Ma a spasso attraverso le nuvole io non volevo più andare, almeno fino a quando non avessi trovato la forza di volare all’indietro, con Tavor e whisky.
Brutto pasticcio, quello in cui mi ero cacciata. Ero parte di un “visiting programme” di tre settimane negli Stati Uniti, organizzato dal Dipartimento di Stato per studiosi europei “mid-career”. Avevo accettato con entusiasmo. Che qualcuno pensasse che avevo una carriera, cosa che a me non era così chiara, e che per giunta ero circa a metà , di quella famosa carriera, mi faceva molto piacere. Ma avevo sottovalutato le conseguenze: avrei dovuto volare tutto il tempo, su è giù per la West Coast, la Rust Belt, gli Stati-chiave delle elezioni presidenziali, come l’Ohio, e perfino la Florida, dove solo poche settimane prima era caduto un aereo. I corpi dei passeggeri erano stati divorati dai coccodrilli, così avevano scritto i giornali, con dettagli superflui e nefasti.
No guardi, risposi con la voce un po’ spenta al funzionario americano, metta pure via la sua mappa. Io so benissimo dov’è Denver, so anche dov’è Chicago, se è per questo, o Las Vegas. Il punto è che non voglio andare in giro per l’America; anzi, per essere più precisa, non posso. Ho un attacco di fobia per il volo, mi spiace è la prima volta che mi succede e non potevo prevederlo. E quindi non ho molte alternative: o prendo il primo bastimento per l’Europa o resto qui, ma intendo qui nei dintorni. Per esempio, posso certamente andare in treno da Washington a Philadelfia; e Philadelfia è importante, per la storia degli Stati Uniti, non le pare? I Padri fondatori sarebbero soddisfatti di me: scelgo, come prima e ultima tappa, il luogo sacro della Costituzione federale degli Stati Uniti.
Michael, il funzionario si chiamava così, mi guardò stupefatto. Non ci credo, disse con un sorriso tirato, è la prima volta che mi capita una cosa del genere. Se ho capito bene, lei vorrebbe prendere il treno e stare qui intorno, magari con una tappa anche a Boston o a New York. Via Amtrak, si intende. Ma insomma sempre qui, in questo quadratino sulle rotaie, senza voli più in là . D’accordo, da queste parti c’è la Casa Bianca, il Congresso, c’è (c’era) Wall Street e perfino l’Università di Harvard, ma si rende conto che il resto non c’è? E il resto conta. Fino a quando voi europei non capirete che l’America è anche il resto, non saprete mai niente degli Stati Uniti. Mai niente di vero.
Senti Mike, avevo deciso di dargli del tu, aveva più o meno la mia età e un grande ciuffo biondo, non è che io non voglia andare a vedere l’America. Ci sono già stata una quantità di volte, fra l’altro. Un po’ per lavoro e un po’ per divertimento: pensi forse che a vent’anni non abbia fatto il giro canonico San Francisco- Los Angeles- San Diego? L’ho fatto, lo giuro. Il mio problema è solo oggi, poi sono certa che lo supererò. E oggi non ce la faccio a volare. Perché, mi chiedi? Perché ho una bambina piccola, piccolissima, è nata due mesi fa. E non posso cadere. Siccome non posso cadere, non me la sento di volare. Lo so che non cade per forza, l’aereo per Denver. Ma preferisco il treno per Philadelfia.
tratto dall’ultimo numero della rivista “Legendaria”