Aspettando Gheddafi

di Marta Dassù

Aspettando Gheddafi, una persona qualsiasi comincia a pensare qualcosa, guardando il muro di fronte con aria svagata: così come capita, per non avere una crisi di nervi, aspettando per ore un decollo da Fiumicino. Il pensiero svagato è che le cose non cambiano mai: infliggere ritardi mostruosi è sempre stata una forma del potere arbitrario. Per cui è del tutto normale, per il Colonnello che è venuto a darci lezioni di democrazia, presentarsi a un’ora qualsiasi. Come il volo per Londra.
Dopo infinite e confuse discussioni sul declino delle democrazie liberali e l’ascesa delle democrazie autoritarie, arrivo alla conclusione che una differenza importante rimane, tra le due. Aspettando Gheddafi, mi diventa chiarissima: il rispetto dell’orario ufficiale.
Poniamo che una persona vada alla Casa Bianca. Lì, l’ora dell’appuntamento è matematica, fissata al minuto. L’incontro è previsto, signor Primo Ministro, dalle 16.15 alle 17.10 di lunedì prossimo. Non un minuto di più né di meno. E la prima mezz’ora seduti di fronte, così da capire senza sguardi obliqui cosa sta succedendo a un’Europa che – da Parigi a Berlino – critica volentieri il modello anglo-sassone, mentre glissa ancora più volentieri su quelli di Putin e di Gheddafi.
Se invece una persona va a Tripoli, sa già che dovrà aspettare per ore, magari per un paio di giorni. Poi arriva finalmente una telefonata, verso l’una di notte: venga subito qui. Qui nella tenda in mezzo al deserto, si intende. Non a Villa Pamphili.
Aspettando Gheddafi poi succede che Gheddafi arrivi sul serio, come il volo in ritardo per Londra. E che parli con voce bassissima, le occhiaia all’ingiù, la smorfia di un Michael Jackson sbiadito e invecchiato.
Ma il Colonnello non somiglia a un uomo del passato. Sembra piuttosto la maschera, un po’ surreale, di quello che il futuro ci potrà riservare. Quel futuro in cui saranno i produttori di energia a decidere l’orario.
Gheddafi è già convinto di poterlo fare. Più del 75% dell’energia dell’Italia dipende dall’estero, ricorda a una platea che lo applaude, non si sa bene perché. Per cui se la Libia non fosse cooperativa, sarebbero guai per l’Italia.
Aspettando che Gheddafi finisca, si compie la mia conversione finale all’energia nucleare. E nel pomeriggio applaudo anch’io: non Gheddafi, ma il tempo liberale di Fini.

Lascia un commento