di DassĂą Marta
Può darsi che la crisi post-elettorale iraniana sia chiusa. Per ora: con le vittime della piazza e con un compromesso parziale ai vertici della Repubblica islamica. Resta che si è trattato di un colpo assai duro alla legittimità del potere teocratico. E resta che la risposta internazionale è apparsa particolarmente prudente, nonostante le tante parole di deplorazione e le tensioni con Londra.
In nome dell’interesse a negoziare sulla questione nucleare con chiunque governi a Teheran, è infatti tornato in auge il vecchio principio della “non interferenza” negli affari interni degli altri paesi. Un principio cardine delle relazioni fra Stati dalla pace di Westfalia in poi; ma che, da vari anni a questa parte, i paesi occidentali avevano puntato a ridimensionare. Contrapponendo alla rigidità del principio di Westfalia - la sovranità assoluta degli Stati nella propria giurisdizione interna – la flessibilità del concetto di sovranità relativa. Relativa perché dipendente dal suo esercizio responsabile: non solo all’esterno, nei rapporti fra Stati, ma anche all’interno, nel rispetto dei diritti del proprio popolo. Al di là di tutti gli errori commessi, dei doppi standards, delle infinite eccezioni - fra cui l’eccezione dell’America per sé stessa, nel dopo 11 settembre - il dibattito internazionale era andato grosso modo in questa direzione, dall’intervento in Kosovo in poi. La risposta alla crisi iraniana ci riporta all’indietro, al punto da cui eravamo partiti.
Naturalmente, la scelta di Barack Obama di sottolineare la “non interferenza” americana nelle vicende iraniane ha alle spalle ragioni specifiche: dal peso degli errori compiuti in passato (l’appoggio negli anni ’50 al colpo di Stato contro Mossadeq) al tentativo, oggi, di non offrire pretesti esterni alla repressione del regime iraniano. Di non farsi insomma strumentalizzare: cosa che è accaduta comunque, ma che la Casa Bianca ha giustamente tentato di evitare.
Il problema è che questo calcolo specifico sull’Iran, specifico non resterà : è invece destinato ad assumere un significato più generale. Commentando il comunicato finale del G-8 di Trieste, Serghei Lavrov, Ministro degli esteri russo, ha sottolineato – non a caso - che i Grandi hanno osservato il principio della non interferenza negli affari interni, rispettando la sovranità dell’Iran. Da Mosca, la risposta alla crisi iraniana è vissuta in effetti come una vittoria politica e concettuale: per anni, sulla base della dottrina della “democrazia sovrana”, Putin ha difeso esattamente questo punto, ossia il diritto a una sovranità piena, westfaliana. Nell’interesse della Russia, anzitutto; ma in genere nelle relazioni internazionali, con argomenti molto simili a quelli della Cina, altro regime strenuamente aggrappato al principio della “non interferenza”.
L’atteggiamento misurato della Casa Bianca, di fronte alla crisi iraniana, sembra in parte una scelta by default: in qualche modo dettata dalla convinzione di Barack Obama che l’eredità di George W. Bush, combinata alla crisi economica, leghi comunque le mani all’America. E sembra in parte una scelta per convinzione: il tentativo di accordi con i sistemi rivali - là dove interessa e conviene - offrendo il dialogo. Ma è noto che, nel mondo reale, sono i fatti a travolgere le intenzioni.
Al di là delle migliori intenzioni, la risposta alla crisi iraniana rafforza una concezione assoluta della sovranità nazionale, che avremmo invece interesse a superare. Con due conseguenze negative. La prima, evidente, è di far sentire i regimi autoritari ancora più liberi di agire all’interno, con tanti saluti ai diritti umani; la seconda, meno evidente ma altrettanto importante, è di riproporre una visione della politica estera come sfera a se stante, separata dalle politiche interne. In realtà , per essere efficaci, tutta una serie di accordi internazionali dipendono dall’accettazione e dalla verifica di vincoli, limiti, impegni interni. Questo vale per la sfera economica –dove la crisi globale rischia di moltiplicare i riflessi sovranisti. E vale per la sicurezza, a cominciare dagli accordi in materia nucleare: pensare che si possa prima riconoscere la sovranità assoluta dell’Iran e poi ottenere garanzie credibili sulla questione nucleare, assomiglia a una grande illusione.
(Fonte: CORRIERE DELLA SERA del 1 luglio 2009)